Etiopia magica

 

 

Alberto Vascon e Bianca Cremonesi - Primavera 2001

 
"Il viaggio perfetto non è mai finito..."
                                        Rosita Forbes 1925
 
 

       Nel febbraio del 2001 partimmo dall’Italia con l’intenzione di tentare di percorrere una pista quasi sconosciuta che dal lago di Roseires, formato dal Nilo Azzurro, segue il confine sudanese verso nord fino a raggiungere Metemma. Da qui avremmo raggiunto Gondar e poi Addis Abeba. I luoghi da attraversare sono decisamente belli e quasi o nulla conosciuti, ideale per i nostri intenti.

       Quella volta non ci andò liscia: quando fummo sul posto con una Toyota e Ghirma, l’autista etiopico che fungeva da guida, ci volle poco per rendersi conto che della pista non c’era traccia; era letteralmente scomparsa, inghiottita dalla boscaglia. Neppure a pensare di farcela fuori pista, i luoghi erano troppo impervi. Il tempo di pensarci su e, per niente scoraggiati, decidemmo di andare verso est, traversare velocemente l’altopiano e tentare di discendere direttamente in Dancalia lungo la pista del sale, descritta da Kevin O’Mahoney nel 1970. Poi avremmo tentato di arrivare anche a Dallòl. Sapevamo bene che la discesa dei contrafforti orientali dell’acrocoro etiopico era decisamente più ardua della pista di Metemma; per quanto ne sapevamo l’ultima discesa in Dancalia dall’altopiano era stata effettuata da una spedizione organizzata nel 1974 dal CAI di Asmara, ma questo fatto ci rendeva l’impresa ancor più stimolante.

       Raggiungemmo Macallè dopo aver sostato quattro giorni nel Gheralta a visitare alcune delle famose chiese rupestri del XIV secolo, pronti a partire il giorno dopo per la Dancalia.

La pista del sale

       Andammo all’Ufficio del Turismo di Macallè per avere i permessi per la Dancalia. Lì ci dissero che i permessi vengono rilasciati ad Assaita, che dista 800 km, cinque giorni fra viaggio e permessi. A metà percorso sulla pista del sale c’è il villaggio afar di Berahle, posto di dogana delle carovane. Decidemmo di tentare di avere i permessi a Berahle e partimmo. Erano ormai le dieci di mattina.

        Ad Agulà, sulla statale Addis Abeba–Asmara a quota circa 1900 metri, prendemmo la sterrata per Atsbì e cominciammo subito a vedere carovane di cammelli e altri animali avviarsi verso la Dancalia, carichi di foraggio e di farina. Presto la strada per Atsbì viene abbandonata e imboccammo una carovaniera che sale a 2500 metri per poi scendere tortuosa sul fondo di una valle dalle pareti ripide ricoperte di rigogliosa vegetazione.

Le carovane si avviano verso la Dancalia cariche di foraggio e di farina.

Risaliranno cariche di sale

         La pista si snodava sul letto dei torrenti e sul fondo delle valli, impossibile da percorrere nella stagione delle piogge. Si incontrano altre carovane di cammelli, muli e asini. Proseguimmo in un paesaggio che diventava sempre più arido e selvaggio man mano che ci si abbassava di quota. Ogni tanto ci apparivano improvvise delle bellissime ragazze afar con delle decorazioni di perline di vetro, che erano state per molte ore a cercare erbe e legna secca ed ora tornavano con enormi carichi posti sulle spalle che ti lasciano sempre sbalordito per la loro mole. Bianca come al solito è subito attratta dalle collane, contrattiamo un po’ il prezzo e riusciamo ad averne una. E’ molto bella, nella sua semplicità, fatta di piccole perline colorate. 

 

       Verso mezzogiorno arrivammo a Berahle, unico villaggio sul percorso, composto da poche casette in muratura grezza senza alcunché di particolarmente attraente. Si raggiunse subito il posto di polizia dove speriamo ci venga dato il permesso per scendere in Dancalia. Fummo fortunati: dopo tre ore di consultazione fra la polizia e i capi del villaggio, il permesso ci venne dato; ci vennero anche assegnate due guide e un rappresentante del villaggio. Si partì con Bianca ed io sul sedile anteriore della Toyota, e i tre Afar dietro. Altre volte ci siamo trovati peggio, con tre o quattro persone dietro fra guide, rangers o semplici viaggiatori.

Berahle

       Nell’attesa del permesso avevamo approfittato per mangiare un buon piatto di spaghetti e per gustare un caffé etiopico. Il caffé etiopico non è un semplice caffé,  è una cerimonia che dura quaranta minuti. Si comincia dai chicchi di caffé crudi, che vengono tostati, frantumati a mano in un mortaio, poi si scalda l’acqua in una specie di brocca a collo stretto ed allungato chiamata giabanà, ci si versa dentro il caffé macinato e si va avanti fra bolliture e filtraggi con della pezza per un buon quarto d’ora. Vengono preparate almeno una diecina di tazze e quello che avanza si offre agli amici.

Berahle, la cerimonia del caffè

       Ripartimmo verso le tre. La pista era diventata veramente difficile, con passaggi sassosi che mettono a dura prova la Toyota. In un passaggio particolarmente duro il fuoristrada rimase sospeso su uno spuntone di roccia e ci costrinse a lavorare una buona mezzora con crik e palanchini per farlo muovere. Bianca approfittò di queste soste per documentare tutto con la videocamera. Il paesaggio è brullo, con solo alcune magre acacie con tante spine e pochi fiori, delle palline bianche come i fiori delle mimose, ma che tuttavia non riuscivano a mitigare l'asprezza dei luoghi.

La pista di 150 km da Agulà ad Hamed Ela

       Man mano che si proseguiva il paesaggio diventava sempre più arido, non si vedeva l’ombra di un uccello o di un animale selvatico, la temperatura sui trentacinque gradi non disturbava perchè il clima era secco e non dava fastidio. Furono necessarie tre ore di guida nervosa per terminare la discesa e trovarsi di fronte ad un corso d’acqua, il Saba, che durante la stagione delle piogge porta a valle una gran massa d’acqua che alimenta il lago Assale. Ora era ridotto ad un rigagnolo che veniva assorbito dal deserto prima di arrivare al lago.

       Dopo il Saba il terreno divenne pianeggiante: eravamo di fatto ormai in Dancalia, lontano si profilavano i vulcani del gruppo dell’Ertale e, più a nord, si scorgeva il bagliore luccicante del lago e della Piana del Sale. Ghirma, finalmente libero dalla tensione di una guida lenta ed attenta su scoscese superfici rocciose e greti sassosi di torrenti, si lanciò a velocità sostenuta su una pista che attraversava una piana arida, a tratti sabbiosa e a volte coperta di detriti su cui spiccavano, qua e là, scheletri ed ossa di animali.

La pista alla fine della discesa

       Quando il sole era ormai tramontato, alla luce dei fari si continuavano a vedere lunghe interminabili file di cammelli, asini e muli che, carichi di barre di sale, viaggiavano al buio. Sulla traccia di una pista in leggera discesa ecco che, finalmente, qualche luce in distanza ci annunciò un centro abitato: eravamo giunti ad Hamed Ela “il pozzo di Hamed”, di qualche metro sotto il livello del mare. Un centinaio di capanne di varia foggia e per lo più rivestite di stuoie di paglia o pelli di animali trattenute da bastoni, tronchi e fuscelli che ne costituiscono l’intelaiatura, formavano quel villaggio situato presso la costa occidentale del lago Assale, 16 km a sud di Dallòl. A Hamed Ela non mancava l’acqua nel corso di tutto l’anno e, nella grande conca attorno al pozzo, si radunavano ogni sera una cinquantina di carovane: 2000 animali, fra cammelli, muli ed asini. Gli afar di Hamed Ela ci offrirono un capretto cucinato alla dancala dentro una buca arroventata nella sabbia. Alle 9, stanchi morti, trovammo da dormire su un angarèb sotto le stelle.

Hamed Ela, centro di raduno delle carovane.

       Quando, il mattino seguente, alle prime luci del sole la voce lamentosa del muezzin che invitava alla preghiera cantando le lodi di Allah, Dio compassionevole e misericordioso, il nostro sguardo fu colpito dallo scorrere di una fila infinita di animali che si stagliavano contro il cielo vermiglio dell’alba. Erano le carovane dirette al lago a caricare il sale che poi sarebbe stato trasportato sull’altopiano ai mercati di Macallè ed Aksum.

 

Il lago Assale

       La grande depressione dancala si estende per una lunghezza di 200 km, dal lago Afdera fino oltre Colulli, ben al di là del confine eritreo. I giacimenti di sale sono localizzati solo in alcune zone, di cui le principali si trovano nella regione dell’Assale. Assa Ale in dancalo significa monte rosso, e il lago prende il nome da due spuntoni di solfato di magnesio reso rosso dall’ossidazione. Qui si raggiunge la maggiore depressione della Dancalia etiopica: 116 metri sotto il livello del mare. 

Assa Ale, il Monte Rosso, è il nome dell’isola meridionale del lago, formata da alcuni spuntoni di solfato di magnesio, che i dancali adoperano come lassativo

       L’Assale è un lago mobile che raggiunge la profondità massima di un paio di metri e si sposta con i monsoni su una pianura perfettamente liscia: d’estate scivola a nord, potendo raggiungere e superare Dallòl, d’inverno si sposta a sud a ridosso dei vulcani del gruppo dell’Ertale.

       Noi ci eravamo venuti a trovare nella parte orientale della Piana del Sale, un’immensa distesa salata dai riflessi argentei di 2000 km quadrati. Ci dirigemmo curiosi verso il lago, asciutto nella parte nord. Qui ferveva un impressionante duro lavoro: c'eranoo i tigrini dell’altopiano che, ritmando i gesti con canti e grida, con un rudimentale piccone provvedevano a scavare ed estrarre zolle di sale di misura adatta ad essere poi ritagliate in ganfùr, cioè in mattonelle di varie misure. Accanto a loro gli afar del deserto, servendosi di una specie di spatola larga e robusta, squadravano le mattonelle: non usavano il metro, ma col solo aiuto di un occhio infallibile e di una mano esperta riescivano a ricavare mattonelle di sale perfettamente uguali, salvo la diversa pezzatura. Infatti, i ganfùr venivano prodotti in pezzi di 4, 6 e 8 kg. Si dice che lo strato di sale qui sia spesso un chilometro. Ogni lavoratore estrae o ritaglia 300 ganfùr al giorno. Il lavoro di questa gente è massacrante: due ore di cammino per raggiungere il posto di lavoro, portando con sé l’acqua ed il frugale cibo per la giornata e, dopo sette ore di lavoro, altre due ore per tornare a casa. Hanno un solo minuto per mangiare, ci dice Mohammed, la guida. La temperatura qui varia dai 40° ai 60° all’ombra, ma la temperatura al suolo è ovviamente più alta. Nella stagione calda i lavoratori si proteggono dal sole riparandosi sotto la loro futa sostenuta da quattro bastoni. Si riposano il venerdì, giorno di preghiera per gli afar, e la domenica, sacra ai cristiani dell’altopiano, che si sono ormai abituati al caldo e sono diventati impervi ai colpi di calore e alla disidratazione. Il lavoro viene sospeso durante la stagione delle piogge dell’altopiano, che rende la carovaniera impraticabile. Dopo qualche anno i cavatori avranno messo da parte un po’ di soldi: i tigrini torneranno sull’altopiano e compreranno un pezzo di terra, forse si costruiranno una casa o apriranno un negozietto; gli afar acquisteranno dei cammelli e riprenderanno la loro vita di nomadi.

Lago Assale: i tigrini cavano il sale, gli afar squadrano i ganfùr

 

Lago Assale: i cammelli aspettano di essere caricati

Le carovane 

       A metà mattina le carovane avevano caricato il sale ed erano già ripartite. Prima di sera dovranno raggiungere il Saba, la prima delle tre tappe che le porteranno a Berhale. In otto tappe raggiungeranno Macallè e in dodici Aksum, con una risalita di 2500 metri lungo una carovaniera di 150 km fino ad Agulà. Ogni carovana è composta da circa 30-50 animali. I cammelli portano un carico di 200 kg, mentre i muli e gli asini ne portano 80 e 40. Sono guidate da gruppi di quattro a otto uomini, a seconda del numero degli animali. A metà giornata fanno una sosta per far riposare gli animali, che vengono completamente scaricati.

In un paesaggio arido e ostile le carovane si dirigono verso l’altopiano

       I carovanieri hanno con sé il miele e la burgutta, il pane da viaggio cotto senza lievito attorno ad un sasso rovente. Il miele è un cibo essenziale per gli etiopici, che spargono arnie in tutto il paese, fissandole sui rami degli alberi. Col miele ricavano soprattutto delle bevande, fra le quali è pregiato l’idromele. Se incontri i carovanieri durante la sosta, ti offriranno un pezzo di burgutta o di chitta, altro tipo di pane senza lievito che assomiglia a una pizza. Di notte uomini e animali dormono sotto le stelle.

       Raggiunta ad Agulà la strada statale, la grande fatica è quasi finita. Al ritorno la marcia sarà più spedita: gli animali saranno caricati di foraggio e di farina, che verrà venduta a Hamed Ela.

A metà giornata le carovane si fermano e gli animali vengono completamente scaricati

 

Una carovana ha raggiunto l’altopiano e prosegue per Macallè

Gli amolè

       I ganfùr dell’Assale forniscono il sale a gran parte dell’Etiopia. Con una sospensione durante la stagione delle piogge, da giugno ad agosto, ogni giorno da Hamed Ela salgono all’altopiano 300 tonnellate di sale. Una volta sull’altopiano, i ganfùr verranno tagliati a striscie di 5 cm chiamate amolè, che saranno vendute al mercato di Aksum o di Macallè. L’origine di queste barre di sale si perde nei tempi del regno di Aksum. Non a caso il fiume Saba, con il suo nome, ricorda ancora oggi la presenza in quei luoghi dei sabei, gli immigrati sudarabici che, dopo aver attraversato il mar Rosso, hanno portato sull’altopiano etiopico la cultura e la civiltà dell’antico Yemen. Fino agli inizi del novecento le barre di sale erano usate come moneta di scambio, più funzionali del baratto o delle più recenti cotonate. Quando, dopo svariati passaggi, la barra cominciava a rovinarsi, veniva consumata come alimento. Costituiva anche un’usanza presso gli studenti etiopici che concludevano i loro studi nelle chiese pagare l’insegnante con un amolè. L’uso dell’amolè come moneta fu soppiantato gradualmente dall’introduzione del tallero di Maria Teresa, che giunse in Etiopia alla fine del 1700. Scriveva il viaggiatore inglese Nathaniel Pierce, al servizio di ras Uolde Sellasie: “Ricevevo, dalla fine del 1805 fino al 1808, sei pezzi di sale ogni mercoledì, giorno di mercato... poi la mia paga salì a dieci...

Dallòl

       Da Hamed Ela raggiungemmo facilmente Dallòl percorrendo l’Assale in secca. Dallòl è una collina alta una cinquantina di metri, antica cava di potassio, dove delle sorgenti geyseriane a 80-100° formano dei sali variamente colorati. Dallòl è una delle mete più ambite dai viaggiatori in Etiopia. Caratteristici, all’estremità meridionale della collina, sono due grandi faraglioni, conosciuti come le colonne di Dallòl.

Le colonne di Dallòl

 

 

Paesaggi lunari a Dallòl

       Ci sembrava impossibile, eppure eravamo riusciti a farcela anche questa volta. Ma Bianca ed io, se da una parte eravamo felici di aver portato a termine il nostro ambizioso progetto, dall’altra eravamo preda di una certa tristezza che si impossessava di noi mano a mano che ci rendevamo conto che era l’ora di tornare a casa. Il solito mal d’Africa, penserà chi legge. Ma lasciare quelle terre sconfinate e bellissime, i silenzi imperiosi, i cieli ancora incontaminati, le genti semplici, genuine, vere che non conoscono l’arrivismo, l’ipocrisia, la fretta, ci lascia sempre un gran vuoto dentro che nulla riesce a colmare se non il pensiero, anzi la certezza, che torneremo ancora.

 

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La traversata della Dancalia
 
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