Etiopia magica

 
It's a long way to Tipperary
Alberto Vascon, estate 2007
 
 

Ceu biet, la casa del sale, si trova a pochi chilometri da Mega, sul manghèd per Neghelli Borana, presso il villaggio di El Sod, ad un altitudine di circa 1100 metri. Di qui era passato Vittorio Bottego nella sua spedizione all’Omo: 

...si apre a un tratto il grandioso spettacolo di un’immensa voragine, in fondo alla quale sta un laghetto d’acqua salata...     

                        dal diario della spedizione Bottego, 1896

 

     È il cratere di un vulcano spento che si apre quasi a livello su un vasto pianoro erboso, con un diametro di due chilometri, sul fondo del quale, 350 metri più in basso, un laghetto di acqua salata contiene un deposito di sale. I borana lo estraggono a mano e lo portano con gli asini al villaggio, dove viene lavato. L’orlo del cratere precipita con pareti verticali per alcune diecine di metri, l’interno è coperto da fitta boscaglia.

     Siamo a Mega e andiamo a vedere il ceu biet. È pomeriggio inoltrato quando arriviamo sull’orlo del cratere e cominciamo a seguirlo. Mi fermo alcuni minuti ad aspettare che se ne vadano le nuvole per poter fotografare il laghetto, proseguo e non la vedo più. In Etiopia in situazioni del genere ti cominci a preoccupare, non bisogna mai perdersi di vista. Torno un po’ indietro, vado avanti, vado più veloce, non la vedo. Il terreno è un po’ ondulato e forse è nascosta alla vista. Continuo a camminare ma non si vede. Sul bordo del cratere la roccia scende a precipizio, comincio a pensare che forse è caduta, guardo giù ma non si riesce a vedere niente. Sono le cinque e fra un po’ farà buio. In preda all’ansia corro alla macchina che era rimasta al villaggio e dico a Freu di costeggiare il cratere, la conosco e so che in quei pochi minuti potrebbe essere arrivata dall’altra parte del burrone. Corriamo come matti ma dobbiamo stare lontani dal cratere perché il terreno è sassoso e irregolare. Arrivati dall’altra parte del burrone dico a Freu di fermare, di spostarsi sempre in modo da vedermi e di accendere i fari se fa buio, scendo e mi metto a correre.

Arrivo sul bordo della voragine boccheggiante, gli occhi fuori dalle orbite dopo una corsa di un chilometro, guardo a destra, a sinistra, dove sarà?, da che parte vado?, forse il serpente l’ha morsicata, oppure è caduta nel burrone, questa notte le iene la mangiano, sta per venire buio, come faccio a trovarla, l’angoscia mi prende, la chiamo, disperato, ho la nausea, sto per vomitare.

Sento una dolcissima voce di donna che canta:

 It’s a long way to Tipperary

      It’s a long way to go
 

     Avanza a passo di marcia quasi danzando leggera come una libellula con dietro un bambinetto di sei anni che la segue trotterellando si sta facendo buio sta guardando il tramonto mi vede mi dice raggiante guarda cosa ho trovato e... mi mostra un fiore di cappero.... Bellissimo! In un microsecondo rivedo il serpente che ritira i denti, la montagna che frana e lei che, serafica, resta sospesa a gravità zero, e le povere iene che fuggono latrando inseguite da Bianca. Ma poi anch'io mi metto a cantare a pieni polmoni il tipereri e lei, sorpresa, mi chiede se sto male vedendomi così paonazzo per quell'urlo che non sfoga!  Allora... io,  con la ritrovata calma ed un ampio gesto del braccio, la invito a guardare il tramonto, un tramonto dai colori folli, ed avendo poi compreso che, purtroppo, continuerà a vigilare e vegliare su di me, sorridendo la tranquillizzo dicendole: "I  had a dream".

 

 

 
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